AT(T)TAC(CO) DE CORE – Roma, ce stanno i problemi, ma è un problema nun stacce!

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Con questo racconto, Luca Assumma si aggiudica il secondo premio e la menzione speciale per la comicità di FÈRMATE 2020, il concorso letterario per viaggiatori metropolitani all’epoca del Covid indetto da Giulia sotto la metro.

Vado, ci vediamo più tardi” comunicava Luca a Giulia prima di uscire.

In bocca al lupo!

Crepi!

Vedi che con Atac crepano prima pullman e treno del lupo! Buona fortuna…anche per il colloquio! Daje!” replicò Giulia tra il sarcasmo della pendolare e l’avvertimento all’amico forestiero.

Luca, 36 anni, di Reggio Calabria, dopo varie esperienze senza soddisfazione nel giornalismo e nel commerciale nella propria città, attratto dal fascino eterno della Capitale e contando sul supporto dell’amica conterranea, aveva deciso di cercare fortuna all’ombra del Cupolone, nonostante la pandemia. E con una certa fretta di trovarla, perché era in graduatoria ATA nella scuola a Milano, ma per lui il paragone fra le due città non c’era proprio.

Luca, che comunque sapeva delle problematiche dei mezzi pubblici romani (e non solo di queste), vuoi per concentrazione ed entusiasmo per l’importante appuntamento che avrebbe potuto farlo trasferire a Roma, era inconsapevole di ciò a cui sarebbe andato incontro. E vuoi anche per il ricordo del bus 81, che quindici anni prima prendeva a Malatesta, dove stava, fino a Cola di Rienzo, sede di un breve stage, godendosi dal finestrino una Capitale illuminata non soltanto dal sole di luglio, ma soprattutto dalle sue bellezze.

Dunque, Luca lasciava Casal Bertone per dirigersi verso Tiburtina, dove avrebbe preso la Metro B verso Termini, e subito dopo la A verso Valle Aurelia, zona del colloquio.

Salito sul primo treno direzione Laurentina, Luca, mascherina su naso e bocca, si accomodava in una “seduta consentita”.

Se vede che nun è ora de punta, sennò stavamo attaccati come ‘e sardine!” gli si rivolgeva un signore.

E il distanziamento?” domandava Luca.

Se, lallero! Così già prima stavo a contatto co i laziali, mo rischio de prennemme pure er virus!” sbottava con amara ironia e testimoniando fede giallorossa.

E il rischio focolaio?

Nun ce semo capiti! E nun hai visto l’artri…focolai…sopra er bus. Nel senso che pijano foco da soli!” rispondeva ancora con sarcasmo alludendo ai casi di mezzi di superficie in fiamme a causa di guasti.

Intanto, Luca arrivava a Termini e si dirigeva in direzione Battistini, ma, a causa del “percorso Covid”, si sentiva spaesato rispetto al solito e, tra la massa di persone in barba al contingentamento, la trovava a fatica.

De llà! Mo famme annà che er bus s’è rotto e so ‘n ritardo! E’ ‘n’Inferno…!” rispondeva un pendolare al suo sos.

Con ancora quell’ultima parola in testa, riflettendo sul fatto che lui sarebbe stato disposto a soffrire quotidianamente pur di stare nella bella e calorosa Roma, si dirigeva verso i tornelli. E, una volta attraversati, misteriosamente, veniva abbagliato da una luce, avvolto dal fumo e risucchiato in una “Metro parallela”, forse a causa di una punizione magicamente inflitta da qualche habituè di Atac, iroso per quell’ardito pensiero, ma alla fine comprensibile.

Luca si ritrovava sì a bordo di un “Battistini”, ma con una tunica giallorossa e delle puntarelle a cingergli la testa. Insomma, un curioso Dante capitolino. Il tempo di rendersene conto e lo avvicinava una bellissima ragazza: chioma accesa e frizzante, sguardo dolce e vispo, sinuose forme avvolte in un antico lungo abito bianco.

Virgilio è positivo e nun po venì, io i mezzi nun li pijo mai! Qua stai all’Inferno, se vedemo ar Paradiso” gli diceva.

Beatrice!” invocava Luca mentre lei svaniva.

Luca era a bordo di un treno che andava lentissimo. Dai finestrini vedeva scale mobili bloccate, gente ad aspettare sulle banchine, ascensori guasti, cartelli come “Stazione chiusa” o scritte come “Numero di treni circolante inferiori al programmato”, allagamenti, treni fermi.

Arrivati a Flaminio, salivano alcuni personaggi. E il treno iniziava ad aumentare velocità, visto il loro intento salvifico. Si era entrati nel Purgatorio, seppur sempre in un contesto ancora infernale.

A me gli occhi, please!” proclamava un elegante signore con barba e capigliatura canuta, per poi aggiungere “Nun me dovete guardà! ‘A me gli occhi’ cioè che ve dovete mette ‘a mascherina su naso e bocca e nun me dovete cacà er cazzo!”.

Nun fa come ar solito tuo, Ventice’, che co sto virus già tira ‘na brutta aria” consigliava vigorosamente un bizzarro uomo con cappello e sciarpa colorati ad un altro bassino e tarchiato che impaurito rispondeva “Sì, commissà!”.

Er primo che fa ‘no sternuto o ‘n corpo de tosse, je rompo er setto nasale e je frantumo ‘e mucose, come a quello de via Veneto! E je dico ‘arzete, a cornuto’. Statte a casa, nun ce devi contagià” avvertiva un omone barbuto.

Lavamose ‘e mani con sta roba appiccicosa, stamo attenti! Se venite a magnà da me all’Isola Tiberina e nun ve le lavate, nun ve faccio sedè!” consigliava in modo tanto affettuoso quanto deciso una anziana signora robusta e simpatica.

Il treno arrivava a Valle Aurelia. Fuori, Luca trovava il taxi Zara 87, fuori dal quale c’era il conducente, e la ragazza incontrata all’inizio di questo strano viaggio.

Albertone, mi dispiace, ma vado con Beatrice” diceva Luca.

Nun so Beatrice, ma mo vie’ co me ‘n Paradiso!” rispondeva, per poi condurlo a bere del vino in un vicino centro commerciale, ad ammirare Roma dal Giardino degli Aranci, a fare un aperitivo al Colle Oppio. Meraviglioso.

Improvvisamente ritornato alla realtà proprio al Colle Oppio, Luca, sconvolto e provato, ma con la bella sensazione paradisiaca, ripeteva “Il colloquio, il colloquio!”, evocando l’importante appuntamento ormai perso.

Stai calmo, riprenditi che ti accompagno a casa, così non puoi andare in giro!” lo aiutava una ragazza identica a quella paradisiaca.

Ma sei Beatrice!

No, so’ Arianna! Ho la macchina qui vicino, vieni con me!”

Dunque, Arianna lo accompagnava a Casal Bertone. Concluso il tragitto, passato piacevolmente a chiacchierare come se si conoscessero da sempre, ringraziata e salutata la sua salvatrice, Luca si fermava in piazza Santa Maria Consolatrice.

E, svanita, sperando solo per il momento, la possibilità di trasferirsi a Roma, dallo zaino prendeva carta e penna per scrivere qualche verso, che poi avrebbe lasciato su una panchina, come efficace sfogo e come improbabile richiesta d’aiuto preda del vento:

“Nun so Dante, nun me sento Trilussa,

ma scrivo perché Roma ar core bussa!

‘O so, a vivibilità nun se pija all’emporio,

e se sta ad aspettà er treno a Castro Pretorio!

‘O so, Atac fa tante bizze e marachelle,

er bus nun passa ar Testaccio e Centocelle!

‘O so che ce stanno tanti artri problemi, nun so mica fesso,

ma ‘n’a Capitale me sento a casa, Milano me lascia perplesso!

Nun guardo all’efficienza, vojo calore ed emozione,

nun vojo sta sotto i grattacieli, vojo vedè er Cupolone!

Nun me frega de Duomo, Castello Sforzesco e Naviglio,

me piaciono Monti, Trastevere e Garbatella, pe venì là cerco n‘appiglio!

Ce sarebbe tanto da dì, ma è troppo e nun me esce,

er bisogno de Roma cresce e nun diminuisce!

 

PS1: c’è tanto di vero, come lo è la voglia di stare a Roma: chiunque può, mi aiuti!

PS2: scusate eventuali errori dialettali, apprezzate la mia Romanità!


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